ombre

Le ombre sono proiezioni di noi stessi, dal punto di vista della luce. Dalle nostre ombre allungate sappiamo che, per il sole, nelle sere d'estate, siamo alti come alberi. Di solito, la nostra ombra dipende tanto dalla forma che abbiamo noi, quanto dalla posizione della fonte di luce. Questo lo sanno bene gli artisti.

A volte invece l'Ombra non dipende da nessuna delle due cose. Questo lo sanno tutti, in fondo. Ma si cerca di fare finta di niente.

Quando prese coscienza della sua ombra per la prima volta, Anna C. stava tornando a casa in autobus. Era un venerdì pomeriggio d'inverno, e le fredde luci al led della vettura l'avevano di colpo illuminata, rannicchiata com'era con la testa appoggiata al finestrino. Le sembrò per un'attimo che le chiazze scure intorno a se si fossero ritratte con un attimo di ritardo. Era comprensibile che non volessero lasciare spazio all'atmosfera asettica di un autobus vuoto, illuminato troppo bene. Ma certi pensieri è meglio attribuirli al mal di testa del fine settimana, che il freddo fuori dal finestrino stava cercando di alleviare. 

L'impressione istintiva era che la luce faticasse ad illuminare gli angoli. Che stesse per venire a meno del suo compito di allagare il veicolo. La luce si comportava come un fluido e visto che il volume dell'autobus era rimasto costante, la pressione era salita di colpo, quando la luce era stata accesa. Le ombre erano state spazzate via dai fotoni. L'unico spazio rimasto era quello tra Anna e il finestrino.

Per qualche momento Anna immaginò di tenerle strette, le ombre, sulla guancia e avvolte intorno al collo, come una soffice sciarpa, che cadeva con eleganti pieghe sul suo petto e sul suo braccio. Faceva molto freddo. Per quante luci ci fossero sull'autobus nella sua gloria sleek, non funzionava comunque il riscaldamento.

Forse si addormentò, forse no. In qualche modo arrivò fino a casa. Si reggeva appena in piedi. Faceva ancora freddo; la porta-finestra del balcone era rimasta aperta. Le luci al sodio invadevano il salotto e coloravano d'oro la brina sui vetri. 

Quella che prima era una sciarpa diventò un imponente mantello, impermeabile e denso come una pelliccia, che ricopriva tutto il pavimento dell'atrio e pendeva dalle spalle di Anna. 

“Non si gira per casa con la giacca addosso!”

La “giacca” ubbidì e rimase nell'atrio finché la donna chiuse la porta e andò farsi una meritata doccia.

La stanchezza la sommerse con più intensità dei led nei trasporti pubblici. Quando si buttò nel letto a faccia in giù erano le sette di sera, e l'ombra era fisicamente tangibile. Con le tapparelle abbassate, l'unica luce proveniva dall'abat-jour sul comodino. Restò accesa tutta la notte, perché Anna si era addormentata senza spegnerla.

L'Ombra prese l'occasione per studiare la nuova cosa che doveva accompagnare, con la quale si era nascosta, e che poi l'aveva portata appresso fin nella propria casa. 

Era un essere umano, un essere lungo e allampanato, con una testa sproporzionata. Era privo di pelliccia, ma occorreva comunque studiare le pieghe e le traslucenze delle stoffe di cui si copriva.

Alla testa dell'essere (di nome Anna) era attaccato il resto del corpo con quattro arti, e ciascuno di essi aveva all'estremità cinque appendici, dieci tozze e dieci allungate. “Anna” mormorava parole soffici e incomprensibili durante il sonno e l'Ombra imitava quei suoni, e ammirava il tatuaggio sul suo braccio, del quale condivideva il colore, ma che non pensava dover imitare. 

L'Ombra studiò la forma del suo viso e i suoi capelli, scuri e ricci, di cui doveva imparare alla perfezione ogni momento prevedibile. E piano piano quella che era sembrata una forma restrittiva e imperfetta, sembrava sempre più naturale. Con la luce accesa si vedevano ancora tutti i colori, del dipinto astratto e privo d'anima appeso alla parete, dei vestiti nell'armadio lasciato aperto, dei contenuti dello zaino riversati per terra, era tutto a sua disposizione. C'era tanto da imparare per un'Ombra curiosa, e la notte era lunghissima.

La mattina seguente Anna si svegliò e si riaddormentò. Poi si risvegliò e rimase a rigirarsi nel letto fino all'ora di pranzo, quando il suo stomaco la indusse a scattare in piedi. Altro che voglia di vivere e calci in culo. La fame è più brava a tirarti fuori dal letto. Quando lasciò la stanza per andare in cucina non si accorse di aver lasciato indietro qualcosa.

Attraverso un buco nelle persiane, l'Ombra era sgattaiolata fuori lungo la grondaia, e dal balcone del salotto era arrivata alla finestra della cucina. Lì tra il freddo e l'umidità disegnò lettere scure, imparate dai giornali che negli anni i passeggeri avevano dimenticato sui sedili.

“Chi sei?” La scritta era fuligginosa, ma comprensibile.

Guardando la scritta, poi la tazza di caffè che aveva in mano e le spire di vapore che salivano, Anna pensò che doveva essere proprio stanca. Forse era il caso di andare a farsi vedere da uno bravo. Non c’era da scherzare, pensò: un conto è essere un po’ depressi, un conto è avere le allucinazioni. Così proprio non si può andare avanti… Bisogna ammettere però, che il sabato mattina è sempre un po’ surreale. 

Quindi si avvicinò al vetro, ci alitò sopra per creare della condensa e scrisse: ”ANNA”.

Le lettere si moltiplicarono e si spostarono sotto i suoi occhi sempre più sgranati: “Allora anche io sono ANNA!”

La vera Anna non si scompose troppo, perché quando sei convinto di sognare ti aspetti gli eventi inaspettati. Non reagì però molto razionalmente, infatti chiese ad alta voce: “Tu cosa sei?”

Come un ospite abituale, l’Ombra entrò da uno spiffero e si attaccò alle ciabatte di Anna, imitando la sua forma. Lei si accorse solo in quel momento che era dalla mattina che non proiettava più un’ombra dietro di sé. La nuova Ombra aprì uno spiraglio simile a un sorriso in corrispondenza della bocca e disse, con la voce di colei che imitava: “Sono la tua Ombra, Anna. Ma voglio essere una persona. Voglio essere te.”

Ormai era tardi per farsi domande come “Sono impazzita?”, perché la risposta pareva fin troppo evidente.

In quel momento l’Ombra prese dimensione, come se si gonfiasse, e pian piano cominciò a colorarsi come un umano e a risultare visibile ai coni oltre che ai bastoncelli, fino a diventare la copia perfetta di Anna, dalla quale aveva già imparato qualcosa sugli umani.

Anna e la sua Ombra passarono insieme il fine settimana, a parlare e a dormire, perché Anna era davvero molto stanca. Talmente stanca, che quando si ripresentò il lunedì mattina, chiese all’Ombra, ANNA, se poteva sostituirla per oggi al lavoro.

“Non posso andare da nessuna parte senza di te.” rispose. 

Allora Anna si sdraiò per terra, e sprofondò pian piano nel pavimento, fino ad essere poco più di una figura bidimensionale. “Oggi proprio non ce la faccio ad alzarmi”, e sbiadirono anche i suoi colori. 

“Davvero preferisci strisciare a terra e lungo i muri come un topo impaurito, come sono stata costretta a fare io per anni? Davvero lasceresti a me la tua vita da vivere?”

“Non si può sempre essere presenti del tutto. E io non riesco ad alzarmi contro la gravità, non oggi.”

“Quindi posso sostituirti per un po’?”

“Sarebbe un favore. A volte è meglio, vivere come Ombre.”