La bellezza della casa è incommensurabile; la sua gentilezza, infinita. -Susanna Clarke, Piranesi
Tra tutte le forme d’arte, l’architettura di certo è quella più limitata dalle leggi della fisica e dalle necessità degli uomini e della natura, tanto da esserne direttamente plasmata e definita. L’architettura nasce per necessità, perché le persone hanno bisogno di un tetto sopra la testa, e poi si sviluppa a convenienza di comunità sempre più numerose. Con le civiltà nascono i granai comuni, i sistemi d'irrigazione, gli acquedotti, i luoghi di culto, quelli dedicati al discorso, al commercio, all’educazione… Queste infrastrutture, costruite per la popolazione, vanno man mano a svilupparsi, trasformandosi in vere e proprie opere d’arte, anche grazie al naturale apprezzamento che gli esseri umani provano per ciò che è bello. I limiti non artificiali che pongono i materiali a disposizione e la fisica contribuiscono a questo sviluppo, costringendo da sempre ingegneri e architetti a inventare nuovi modi per sposare bellezza e funzionalità.
[[MORE]]Proprio perché i limiti sono una componente fondamentale nell'architettura, diventa interessante vedere cosa succede quando vengono fondamentalmente cambiati o addirittura rimossi. Questo è possibile solo nell'immaginazione, e nei suoi prodotti: l'arte, la letteratura, e in un certo senso la matematica. L'immaginazione ha limiti ben diversi dalla realtà. I nostri pensieri viaggiano sotto forma di impulsi elettrici nel nostro cervello, e noi li usiamo per inventare storie quando siamo annoiati, contare le pecore quando non riusciamo a dormire, relazionarci con le altre persone, e in particolare per comprendere concetti astratti e fenomeni di cui i nostri sensi non potranno mai vedere l'evidenza diretta, ma solo le conseguenze.
Attraverso la storia molte persone, tra cui soprattutto artisti e scrittori, hanno cercato di rappresentare strutture che non avrebbero mai potuto essere realizzate, destinate a rimanere fisse nella seconda dimensione, su muri e fogli, e nelle menti delle persone a conoscenza delle loro opere. In questo testo vorrei quindi prendere in considerazione questo genere di creazioni, per vedere se esistono, e quali sono i temi comuni che tendono a esplorare, e le regole che tendono a seguire (e di conseguenza, spero di riuscire a scorgere un po’ dei limiti che ha l’immaginazione stessa). Io non so niente di psicologia, quindi questa non è altro che un’esplorazione piena di curiosità di un tema che trovo affascinante, e qualche mia osservazione sulle ricorrenze che mi sembra di scorgervi.
Per cominciare, vorrei iniziare dal principio, dall’antichità, con il quarto stile pompeiano, detto anche dell'illusione architettonica o stile fantastico, riscontrato nelle città di Pompei ed Ercolano. Le pitture parietali appartenenti a questo stile risalgono al primo secolo dopo Cristo. Lo stile fantastico presenta temi architettonici inverosimili o impossibili, costernati di colonne troppo esili per reggere un’architrave, elementi naturalistici, e l’immancabile abbondanza di trompe-l'œil. Anche se nei libri di storia dell’arte si dedica al massimo qualche riga a questo stile, lo trovo affascinante. In particolare vorrei proporre l'esempio della “scenografia teatrale” della palestra di Ercolano.

L'abbondanza e la raffinatezza dei dettagli in oro e dei vari strati architettonici dà l'idea di potersi addentrare nell’affresco all’infinito. La profondità di questa illusione è per me l’ennesima dimostrazione che la passione degli antichi romani per l’architettura non fosse soltanto di natura utilitaria, ma in gran parte anche estetica. Anche dopo la caduta dell'impero, la tecnica dell'illusionismo prospettico e del trompe-l'œil continua a ripresentarsi nel corso dei secoli, soprattutto applicata agli affreschi. Queste opere presentano il massimo livello di realismo possibile, per rendere convincente l'illusione (come ad esempio il fiammingo Jan van Eyck).
Paolo Uccello, artista e matematico d'inizio rinascimento (1397-1475) rompe il legame tra illusionismo e realismo. A quel tempo la prospettiva era appena stata resa simile a qualcosa di scientifico da Brunelleschi, e veniva utilizzata con rigore e in contesti realistici. Paolo Uccello invece fa qualcosa di diverso. Giorgio Vasari scrive su di lui, nelle Vite: “dotato dalla natura d’uno ingegno sofistico e sottile, non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili et impossibili”. I suoi dipinti sono una bizzarra collaborazione tra un modo di sfruttare la prospettiva più avanti del suo tempo, e uno stile ancora molto influenzato dai colori e dalle forme del gotico internazionale. Un esempio ovvio di “prospettiva impossibile” è il monumento equestre a Giovanni Acuto.

A prima vista l'affresco non appare innaturale, ma un osservatore attento nota subito quello che c'è d'impossibile. La particolarità è che il piedistallo e il gruppo equestre sono stati dipinti usando due prospettive diverse. Il punto di fuga del piedistallo si trova in basso a sinistra, ben sotto il riquadro, mentre l’altro è frontale. Si assume che Paolo Uccello abbia realizzato l’opera in questo modo per dare sia un senso di profondità e imponenza rispetto all’osservatore, senza però rendere meno visibile Giovanni Acuto, di cui, con lo stesso punto di fuga del piedistallo, non si sarebbe nemmeno potuto scorgere il viso. Così Paolo Uccello, anche se in modo velato, ha infranto le regole della realtà per creare qualcosa di più conveniente, qualcosa di più bello.
Un esempio nella letteratura rinascimentale di edifici immaginari è il castello del mago Atlante. Ariosto si caccia nel labirinto, insieme alla maggior parte dei personaggi dell’Orlando furioso. Coloro che si ritrovano nel castello, vi sono sopraggiunti rincorrendo qualche loro desiderio, che si palesa ancora e ancora da qualche finestra o scala o torre del palazzo, senza poter essere mai raggiunto. Si tratta di esche, di finzioni che il mago ha posizionato apposta per risucchiare la trama e tenere i suoi attori inchiodati lì, nelle sue grinfie. Quello che fa il palazzo, però, è molto di più: si tratta della dimostrazione per eccellenza dei limiti e dei problemi di ciò che non è reale: l’ordine. Italo Calvino scrive a riguardo: “Atlante ha dato la forma al regno dell’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo.“ È inoltre una metafora per la trama intricata del poema, che finisce sempre per ricongiungersi attraverso le più impensabili coincidenze, e, forse, anche per il mondo stesso.
Giovanni Battista Piranesi incide i suoi edifici con la tecnica dell'acquaforte nella seconda metà del 1700. Con le sue Vedute di Roma, cattura lo sguardo di tutta l'Europa, inclusi coloro che non avevano mai visitato la città eterna. Infatti le stampe ebbero così tanto successo da aumentare il flusso di turisti a Roma. Goethe stesso scrisse di essere rimasto deluso, perché la città non rispecchiava le sue aspettative, basate su Piranesi. Infatti, riproducendo le strutture architettoniche nei minimi dettagli, l'artista sceglie di alterare le proporzioni in modo che gli edifici risultino più imponenti. Le persone all'interno di queste, pur trovandosi in primo piano, non sono protagoniste, hanno anzi una funzione di contorno provvisorio, di sfondo, di vana decorazione. Piranesi sfrutta la composizione e le ombre per creare un’atmosfera maestosa, senza modificare di una virgola quelle che, a tutti gli effetti, sono delle rovine. (E quanti ce ne sono, in Italia, di edifici che sarebbero più belli in rovina…)

Sulle rovine, e della loro bellezza potrei scrivere per molte pagine, ma per restare in tema, quello dell’immaginazione, serve descrivere la serie di opere di Piranesi che davvero hanno avuto una profonda influenza sull’arte, soprattutto nel surrealismo: le Carceri d’Invenzione. L’atmosfera delle Carceri è a prima vista del tutto opposta alle Vedute. Si tratta di spazi immaginari, cupi, sconfinati, senza alcun segno di vegetazione. Gli unici che popolano queste tavole sono minuscoli esseri indefiniti, ombre di esseri umani, che vagano per quegli spazi che tanto somigliano alla prigione della propria mente: priva di qualsiasi via di uscita, per via della sua intricata enormità. Marguerite Yourcenar scrive di questi personaggi: “Such gnats do not seem to notice they are buzzing on the brink of the abyss”.

La prospettiva di certo aiuta a creare un paesaggio a prima vista sensato, che segue docilmente le regole della realtà. Poi però, cercando di tracciare con lo sguardo dove si recano i ponti e le cupe scale si rimane intrappolati in un labirinto dove il sopra, il sotto, il davanti e il dietro perdono sempre di più significato. La sensazione di profondità, di spazio, di qualcosa d'imponente, eterno ma anche di vuoto che danno le opere di Piranesi, è qualcosa che sono riuscita a ritrovare solo leggendo le storie del prossimo artista che vorrei trattare: Jorge Luis Borges. In particolare sento il bisogno di parlare di una delle storie più celebri di questo autore, anche perché tra tutte mi è rimasta più impressa, ovvero la Biblioteca di Babele.
La Biblioteca è l’universo nel quale si svolge la storia. È costituita da innumerevoli celle a forma di prisma esagonale, male illuminate. Le pareti di ognuna di queste sono ricoperte da un numero regolare di scaffali, colmi di un determinato numero di libri in cui i caratteri dell’alfabeto, virgola, spazio, e punto sono distribuiti nelle quattrocentodieci pagine di ogni volume, milleseicento per pagina, e quaranta per riga. Del tutto a caso. Il protagonista, ormai anziano, mezzo ceco, non è più in grado di esplorare la Biblioteca in cerca di libri che abbiano senso, e si ritrova a speculare sulla natura del suo universo.

Gli uomini che abitano la Biblioteca si sono comportati proprio da esseri umani. Hanno esplorato, hanno inventato Dio, hanno scritto gli assiomi che marcano in modo matematico i confini di quel mondo: non esistono due libri uguali, quindi la biblioteca non è infinita, comprende solo un numero molto esteso di libri. Tutte le possibili combinazioni di tutti quei caratteri, circa 25^1312000 libri. Vi sono libri in tutte le lingue che siano mai esistite, che sarebbero potute esistere e che esisteranno, insieme alla storia della vita di ognuno degli abitanti della Biblioteca e di ognuno di noi del mondo reale, come anche tutte le notizie false e tutte le realtà che non lo sono. Ma questa inconcepibile quantità d'informazione è sepolta nelle falsità e soprattutto nel caso privo di senso, in quello che diventerebbe questo testo se ora mi addormentassi con la fronte sulla tastiera.
Così ritorniamo all'origine, al caos e al caso che ci hanno generati. La cosa migliore che riusciamo a fare tentando di trovare un ordine nell’universo in cui siamo immersi è applicare la matematica per giungere a delle regole che lo descrivono. La scienza è empirica, ed è un’imperfetta approssimazione. Forse la biblioteca immaginata da Borges è ancora più crudele per la mente dell’uomo rispetto al nostro universo, (che almeno non nasconde la sua natura caotica), ma mostra una perfezione e una regolarità incredibile, che da l’impressione ancora più forte che vi sia un significato dietro a tutto quanto. La perfezione della biblioteca è un diversivo, equivalente alla prospettiva degli artisti di cui ho parlato, che serve a creare un falso ordine, una falsa sensazione di significato, dietro al quale si cela, appunto, una babele.
Un altro artista sfrutta la prospettiva per creare illusioni ed effetti ottici. È l’artista che conosco da più tempo e a cui faccio ruotare intorno le idee che espongo in questo testo già da anni: M. C. Escher. Apprezzato nella cultura pop e tra i matematici, prima che dai critici dell’arte, Escher si basa sulla sua istintiva e meravigliosa conoscenza della geometria, per avvicinarsi contemporaneamente al realistico e al surreale. L'unicità del suo lavoro non gli permette di collocarsi in alcuna corrente artistica dell’epoca, e così trova spazio in una rubrica di giochi matematici di Scientific American nel 1966. Ora le sue opere popolano le copertine di articoli scientifici e libri di testo, ma anche di narrativa, come Flatlandia, Le Cosmicomiche, Il Libro di Sabbia, e 1984.

Escher si ispira a Piranesi (in particolare al Ponte Levatoio) per costruire le sue scalinate infinite, donando a quei paesaggi caotici e tormentati un rigore metodico, un disegno più grande del dettaglio, un totale maggiore della somma delle parti. La prospettiva, la geometria e l’architettura vanno mano nella mano, questo è risaputo. L’arte di Escher dimostra che queste cose non devono per forza essere parallele alla realtà. D’altronde, la prospettiva stessa non è altro che un’illusione ottica.
Perché ciò si tende a fare con l’immaginazione: andare a vedere il posto dove si incontrano le rette parallele. Trovare nuovi modi per rappresentare la realtà, prendere spunto da questa per creare nuovi mondi, racchiudere l’infinito in un punto di fuga, o in due, in una sfera o un occhio di pesce, su una pagina, nell’inchiostro e tra due fogli di copertina, queste sono le cose che facciamo per saziare la nostra mente, e per rendere quello che è dentro di noi comprensibile anche per altri. La cosa che cerchiamo di comprendere con più fervore, servendoci dell’arte e della matematica, è forse l’infinito. Scegliamo l’infinito, l’impossibile, perché sono temi con cui a noi piace giocare. La creatività e l’astrazione che sfruttiamo per occuparcene sono qualità caratteristiche della nostra specie. Ma noi che ci occupiamo d'infinito nel senso astratto abbiamo la vita facile. Scegliamo delle regole, degli assiomi che deve seguire, e troviamo una versione pura, “vera”, semplice e ripetitiva di questo concetto. Purtroppo l’infinito puro non ha niente a che vedere con la realtà.
Alessandro Baricco scrive nel suo monologo Novecento: “Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla?” L’infinito, quello reale, fisico, l’universo che continua a espandersi con una grandezza e una complessità superiore a qualsiasi cosa noi siamo capaci di razionalizzare, dà del filo da torcere agli umani da millenni. Lo osserviamo scrupolosamente, con meraviglia e terrore, cercando di applicarvi regole semplicistiche e approssimative, per vedere come funziona. La scienza offre proprio questa possibilità. Galileo scrive: “La Filosofia è scritta in questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto dinanzi agli occhi (io dico l’Universo) ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola; senza questi è aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.”
Ma non sono forse anche questi edifici immaginari un modo in sé per venire a capo di questa complessità? Le finzioni, le storie, l’arte, non solo catturano parti del nostro mondo e lo trascrivono in modo a noi comprensibile, come delle formule, ma presentano anche degli esercizi di riflessione. Oltre a un luogo dove rifugiarsi, queste discipline offrono interi mondi, universi in cui siamo liberi di vagare, sperimentare, senza temere il dolore o le conseguenze. Da una storia si esce solo meglio equipaggiati per affrontare la vita. In particolare, le strutture che ho trattato in questo testo illustrano e preparano a gestire la molteplice forma e la perfetta contraddizione della realtà. — E. S.
Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
No habrá nunca una puerta. Estás adentro
y el alcázar abarca el universo
y no tiene ni anverso ni reverso
ni externo muro ni secreto centro.
-Labirinto, J.L.B.
Bibliografia
Immagini
[1] “Cosmic Cliffs” della nebulosa di Carina; 2022; NASA, JWST
[2] “Scenografia teatrale”, Herculaneum, Palestra; I sec. d.C.; Museo Archeologico Nazionale di Napoli
[3] “Monumento equestre a Giovanni Acuto”, Paolo Uccello; 1436; Firenze, S. M. del Fiore
[4] “Veduta del Tempio detto della Concordia” in “Le Vedute di Roma”, Battista Piranesi; 1774; Gli Uffizi
[5] “Scale e ponte levatoio” in “Le Carceri d’Invenzione”, Giovanni Battista Piranesi; 1749-1761; Istituto Centrale per la Grafica
[6] ”La biblioteca de babel: una modesta propuesta“, Antonio Toca Fernández[7] “Tetrahedral Planetoid” M. C. Escher; 1954
Testi
Piranesi - Susanna Clarke; Bloomsbury Publishing, 2020
Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori - Giorgio Vasari, 1550
Itinerario nell’arte - Cricco, Di Teodoro; Zanichelli, 2017
Orlando Furioso di Ludovico Ariosto - Italo Calvino; Mondadori, 1995
Piranesi’s Views of Rome - La Salle University Art Museum and Viljoen, Madeleine, 2007. Art Museum Exhibition Catalogues
La mente nera di Piranesi - Marguerite Yourcenar; Se qualcuno me ne procurasse una versione legale e cartacea in lingua italiana, gliene sarei molto grata.
Finzioni - J. L. Borges, traduzione: F. Lucentini; Einaudi, 1971
The eerie mathematical art of Maurits C.Escher - Martin Gardner; Scientific American, 1966
Novecento - Alessandro Baricco; Feltrinelli, 1994Il Saggiatore - Galileo Galilei, 1623